UNA VOLTA, IO DAVANTI AL JUKEBOX - racconto su Wim Wenders



WIM WENDERS, IL REGISTA. Una volta, io davanti al juke-box

di Paolo Giammarroni - dalla raccolta "Musicistorie"

 

     Una volta mi sono chiesto cosa sarei stato senza aver mai ascoltato un brano di blues o di rock&roll. Di sicuro non avrei provato a essere fotografo, organizzatore, psichiatra, rappresentante di commercio, negriero… C’è stato un centro, o uno stimolo. Le mie vocazioni sono essenzialmente due: sognare e viaggiare (verso l’interno o all’esterno). Per iniziare un viaggio devi aver sognato la meta. E viceversa: se non viaggi resti a corto di sogni. Ma non sarei diventato un viaggiatore né un sognatore (e ancora meno un regista) senza la musica.

     Una volta, da piccolo, entrai dove non dovevo entrare, in una gelateria frequentata da quelli che si chiamavano allora teddy-boys. Misi la mia prima moneta nel luminoso juke-box: per “Tutti frutti” di Little Richards…Cantavo le parole a modo mio, non conoscendo la lingua. Poi comprai i dischi e li nascosi nella soffitta di un amico, al riparo dalla mia famiglia… 

     Crescere ha voluto dire aver voglia di alimentare io il mio juke-box personale. Ho detto un’altra volta che il rock mi ha salvato la vita: il verso non è mio, ma dei Velvet Underground…

     Il rock&roll mi ha aiutato a superare la pubertà, con un disastroso transistor nell’orecchio in cerca di Radio Luxembourg, delle voci di Chuck Berry e Gene Vincent. Il country dei Creedence Clearwater Revival è stata la migliore cura che conosco per la depressione. Il blues di Skip James, di John Lee Hooker, del mio amato J.B.Lenoir  (scoperto grazie a John Mayall) mi ha insegnato ad amare le radici dell’America, dove tutto era possibile, e a fare una bella cernita tra i tanti messaggi ricevuti prima di diventare adulto. Solo i Troggs, Van Morrison, i Byrds (il meglio, nel 1965), “Live Dead”, mi hanno fatto credere in una misteriosa creatività e aiutato a lasciare gli studi in medicina e arte… Berlino l’ho conosciuta attraverso Nick Cave. Senza Gainsbourg e Brel non avrei mai pensato di vivere a Parigi. E senza la bottleneck di Ry Cooder non avrei visto i paralleli tra Parigi e quella cittadina del Texas (mentre giravo lo chiamavo ancora “Transfiction”)… Senza Dylan e Ton Steine Scherben e quella idea, che o impari a nuotare o colerai a picco come una pietra, il cinema non mi avrebbe aperto le porte… Le prime inquadrature sono nate guardando le copertine, specie quelle dei Kinks.

     Una volta, la prima volta, ho girato un piccolo film: il titolo veniva da un brano dei Lovin’ Spoonful, “Una estate in città (Summer in the city)”. In realtà girammo in inverno e poi decisi di dedicare il film ai Kinks…Non avevo i soldi per pagare i diritti! Così, per tentare di sdebitarmi, l’inquadratura finale vede Hanns Zischler che telefona ad un servizio di programmazione delle sale a Berlino e recita tutti i titoli usati nel film…

     Una volta, per la prima volta, ho lavorato con Peter Handke alla sceneggiatura di un cortometraggio: era il 1969 e si chiamò “Tre Lp americani (Drei Amerikanische Lp’s”. Un anno prima ero a Londra dietro la macchina da presa (rubata alla Scuola di cinema di Monaco) per filmare i Ten Years After, con un’unica inquadratura, col sottofondo di “Spoonful” di Willie Dixon…

     Una volta provai a vedere documentari musicali. Non li reggo, non sopporto le panoramiche, le zoomate, i primi piani della folla (sempre identica), la frantumazione dei brani. Una pellicola meno peggio fu Monterey Pop (1967). Hendrix bruciava la chitarra, dolce Mama Cass, esaltata Janis Joplin e poi i Jefferson Airplane facevano un brano mai inciso altrove, “High Flyin’ Bird”…  

     Una volta, mentre ruminavo sul nuovo film, ascoltai i Cure. Che parlavano di “angeli caduti”. Una storia a Berlino, luogo di sopravvivenza, luogo di esilio di angeli (non trasparenti) che credevano negli uomini, una storia in bianco e nero, e in oro (nella prima parte) solo la statua dell’Angelo della pace, un film “agile” come chiedeva Peter, con angeli spettatori, non più custodi, incapaci di percepire i colori e le emozioni. Finiranno pazzi o impareranno una nuova vita, senza dimenticare la precedente… Sotto un cielo che fa il suo corso… Avevo trovato le persone, i luoghi giusti, i suoni giusti:  la storia - anche quella volta - non doveva imporsi…

     Una volta, diceva Antonioni, posso svegliarmi con delle immagini in testa. Poche immagini, chiare. Possono durare settimane, anche per me, dentro me. Non come fa la televisione con tante altre, senza senso, ostentando il suo potere di conservare la nostra memoria. Le sue immagini non servono nella realtà, sono fatte per disorientare.  Ma le immagini sognate, se le abbiamo già viste dentro noi, quelle immagini possono diventare un film. Cerco di rinviare al massimo il confronto col testo scritto. Quando sto per cominciare, ho poche righe in tasca, come avessi perso tutto… ma mi ha accompagnerà sempre una musica… Le piccole canzoni resistono meglio: oggi  stanno morendo i piccoli film, i piccoli luoghi… il Grande ci appare più seducente…

     Una volta Godard rinunciò a fare un film coi Beatles e ne girò uno sui Rolling Stones, nel periodo in cui era aggiunto al piano Nicky Hopkins (peccato che non girò quello sulla Jimi Hendrix Experience..) E’ una lunga, lentissima  avanzata della camera nella Olympic Sound Studios, un po’ alla Kubrick.  Il metodo è vecchio, musica in diretta frammista a ragazze che scrivono sui muri CineMarxisme, o allusioni al Black Panther.. sul mare sventolano una bandiera nera e una rossa. Mick canta nelle vesti del Diavolo… Ho visto “One plus one” all’Electric cinema di Londra, nel 1969. Jean Luc però riusciva (al contrario di me - e glielo dissi con invidia) a liberarsi dal legame col sonoro, nei suoi film successivi ha più volte cambiato gli effetti, persino abolito un dialogo per promuovere un abbaiare di cani…

     Una volta, uscendo dalla sede della Columbia, mi sono sentito come in un film. Una ragazza aveva pianto. I portacenere erano pieni. Il corridoio aveva arredi dai toni forti. Uscire fu come allontanarsi da un saloon. Sono allora anch’io un personaggio? Non sono già stato arrestato una volta? Non piace anche a me Jimi Hendrix e la colonna sonora protagonista in “Easy rider”?

 

 

Da ascoltare:

Wim Wenders’ Film Music, Milan (composte da Jurgen Knieper, per film come L’amico americano, Lo stato delle cose, Il cielo sopra Berlino, Falso movimento)

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